Ireland vs Italy: tasse, PIL pro capite e perché l’Irlanda attrae le multinazionali

C’è un momento, quando inizi a confrontare buste paga e bilanci, in cui tutto si incastra come un puzzle: capisci perché un’isola “piccola” riesce ad attirare colossi globali, e perché l’Italia, pur con un mercato enorme, fatica a competere sul piano fiscale.

Il punto di partenza, una parola: aliquota

Se guardi la questione dal punto di vista di una multinazionale, la domanda è semplice: “Dove mi conviene dichiarare l’utile, legalmente, con regole chiare e costi prevedibili?”.

Qui l’Irlanda diventa immediatamente interessante grazie alla sua corporate tax al 12,5% sugli utili commerciali. In Italia, invece, l’imposizione sulle società si compone soprattutto di IRES al 24% più IRAP regionale, che porta spesso la pressione effettiva verso un totale medio vicino al 27% (a seconda della regione e della struttura aziendale).

Confronto rapido, società e persone

Per avere un colpo d’occhio, ecco una sintesi (valori indicativi, il dettaglio cambia con casi specifici e norme aggiornate).

VoceIrlandaItalia
Aliquota base società12,5% (utile commerciale)24% + IRAP (variabile)
Tasse personali, scaglioni principali20% fino a circa 44.000 €, poi 40%23% fino a 15.000 €, poi fino a 43%
Contributo aggiuntivo su redditi (persone)USC fino a circa 8%addizionali e contributi (variabili)
Gettito fiscale/PILcirca 21,85%più alto (media UE superiore)

Questa differenza, da sola, spiega già molto: l’Irlanda può risultare più “leggera” sia per l’impresa sia per molte fasce di lavoratori, soprattutto nei redditi medio alti.

Perché il 12,5% è così potente (anche psicologicamente)

Il vero effetto non è solo matematico. È anche strategico:

  1. Prevedibilità: un’aliquota bassa e stabile rende più semplice pianificare investimenti e profitti.
  2. Sedi europee: per molte aziende extra UE, avere un quartier generale dentro l’Unione, in un Paese anglofono, è un vantaggio operativo.
  3. Ecosistema: quando arrivano i primi grandi, seguono consulenti, studi legali, talenti, fornitori, e si crea una calamita che si autoalimenta.

Non serve pensare a “trucchi”. Spesso basta un mix di regole chiare, burocrazia più snella e una struttura fiscale competitiva per spostare decisioni reali, uffici, proprietà intellettuale, funzioni amministrative.

Tasse personali, quello che cambia davvero in busta paga

Sul fronte dei lavoratori, l’Irlanda usa una tassazione progressiva con due scaglioni principali, 20% fino a circa 44.000 € e 40% oltre, a cui si aggiunge la USC (una contribuzione sociale a scaglioni, con esenzione sotto determinate soglie e arrivo fino a circa 8% per redditi più elevati).

In Italia, l’IRPEF sale dal 23% fino al 43%, con addizionali regionali e comunali che possono far percepire un “gradino” ulteriore. Risultato pratico: a parità di lordo, in molte simulazioni l’Irlanda può lasciare più margine netto, anche se il costo della vita (Dublino in testa) può rosicchiare parte del vantaggio.

Un dettaglio che interessa molti italiani: chi lavora in Irlanda come dipendente nel settore privato tende a essere tassato lì sullo stipendio, grazie alle regole delle convenzioni contro la doppia imposizione, con eventuali conguagli solo in casi specifici.

PIL pro capite, ricchezza reale o “effetto multinazionali”?

Quando leggi che l’Irlanda ha un PIL pro capite altissimo, la tentazione è pensare: “Allora lì stanno tutti benissimo”. La realtà è più sfumata, e proprio per questo interessante.

  • Una parte del PIL è amplificata dalla presenza di grandi gruppi internazionali e dalla contabilizzazione di profitti e asset.
  • Allo stesso tempo, però, l’Irlanda ha costruito un mercato del lavoro che in vari settori offre salari medi elevati e una domanda forte di profili qualificati.

Quindi sì, c’è un “effetto contabile”, ma c’è anche un effetto concreto: più aziende ad alto valore aggiunto portano più opportunità, e alimentano un circolo in cui il Paese diventa ancora più attraente.

La vera risposta: perché l’Irlanda attrae le multinazionali

Se devo riassumerlo come lo racconterei a un amico davanti a un caffè, direi così: l’Irlanda combina bassa tassazione societaria, regole relativamente lineari, accesso al mercato UE e un ecosistema business che parla la lingua delle aziende globali. L’Italia, invece, offre dimensione, industria e competenze, ma spesso sconta una pressione fiscale più alta e una complessità che, per chi decide dove mettere una sede, pesa quanto un punto di aliquota.

Ed è proprio qui che si chiude il cerchio: non è magia, è un calcolo razionale, ripetuto migliaia di volte, da CFO e advisor in tutto il mondo.

Redazione Gavardo News

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