C’è un tipo di mal di schiena che non “suona” come il solito colpo di freddo o la postura sbagliata. Ti sveglia di notte, ti irrigidisce al mattino, e poi, quasi beffardamente, migliora quando ti muovi. Quando questa storia si ripete per mesi, vale la pena pensare a una causa infiammatoria, come la spondiloartrite anchilosante.
Quando il dolore non è “meccanico”
La caratteristica più importante è la lombalgia infiammatoria. Non è solo intensità, è il modo in cui si comporta:
- dura più di 3 mesi
- peggiora a riposo (spesso nella seconda metà della notte)
- migliora con il movimento e l’attività
- si accompagna a rigidità mattutina e riduzione della mobilità
A volte compaiono segnali fuori dalla schiena: dolore ai talloni (entesiti), gonfiore di articolazioni periferiche, o episodi di occhio rosso e doloroso, la uveite, che può essere un indizio prezioso.
Come si arriva alla diagnosi, senza perdersi per strada
La diagnosi non è un “test unico”, è un puzzle fatto di anamnesi, visita ed esami mirati. Il punto chiave è riconoscere presto l’infiammazione delle articolazioni sacro iliache, perché nelle fasi iniziali le radiografie possono ancora essere normali.
Visita ed esame obiettivo
In ambulatorio, il reumatologo valuta:
- mobilità della colonna con manovre specifiche (per esempio flessione, estensione e rotazione)
- dolore evocabile a livello sacro iliaco
- postura, espansione toracica e limitazioni funzionali
Sono dettagli “fisici” che, messi insieme al racconto dei sintomi, orientano molto.
Esami di laboratorio: utili, ma non “decisivi” da soli
Gli esami più frequenti includono:
- VES e PCR, indici di infiammazione (possono essere elevati, ma anche normali)
- emocromo e profilo generale
- test genetico HLA B27, spesso positivo (ma non obbligatorio per la diagnosi)
- assenza del fattore reumatoide, coerente con il gruppo delle spondiloartriti sieronegative
Il messaggio pratico è semplice: laboratorio e genetica aiutano, ma non sostituiscono clinica e imaging.
Imaging: vedere l’infiammazione prima che diventi osso
Qui si gioca spesso la diagnosi precoce. In generale, la RMN intercetta prima le lesioni infiammatorie, mentre la RX mostra meglio i danni strutturali più avanzati.
| Esame | Cosa evidenzia meglio | Quando è più utile |
|---|---|---|
| RMN | infiammazione, edema osseo, sacroileite precoce | fasi iniziali, sintomi “nuovi” ma sospetti |
| Radiografia | erosioni, sclerosi, segni cronici | quando si sospettano danni consolidati |
I criteri di classificazione (come gli ASAS) combinano reperti di imaging e criteri clinici, proprio per non lasciare indietro chi è nelle fasi precoci.
Trattamento: ridurre infiammazione, preservare movimento
Il trattamento mira a controllare dolore, rigidità e progressione della malattia, con un approccio che spesso diventa davvero multidisciplinare.
Prima linea: FANS
I FANS (per esempio naprossene o indometacina) sono spesso il primo passo perché riducono dolore e infiammazione. La risposta ai FANS, quando è netta, è anche un indizio clinico tipico.
Quando serve un salto di qualità: biologici
Se la malattia resta attiva o ci sono manifestazioni extra articolari, entrano in gioco i farmaci biologici, in particolare:
- inibitori del TNF (adalimumab, etanercept, golimumab, infliximab)
- inibitori di IL 17 in casi selezionati
Queste terapie possono cambiare il decorso, soprattutto quando introdotte con criterio e monitoraggio.
Altri farmaci (in casi specifici)
- corticosteroidi, meglio se locali (infiltrazioni) o per periodi limitati
- sulfasalazina, utile soprattutto se predominano articolazioni periferiche
- analgesici, e in casi selezionati oppioidi, quando il dolore è severo e persistente
La parte che fa davvero la differenza ogni giorno: fisioterapia e abitudini
Se c’è un “filo rosso” costante, è l’attività fisica. Non serve fare cose eroiche, serve continuità.
- fisioterapia e chinesiterapia per flessibilità e rinforzo
- esercizi posturali e respiratori
- termoterapia per alleviare rigidità
- attenzione a vitamina D e stato muscolare (senza magie, ma con buon senso)
La chirurgia resta rara, riservata a situazioni estreme, come gravi limitazioni o necessità di artroprotesi.
In sintesi, la diagnosi precoce nasce dall’ascolto di un dolore “strano”, confermato con imaging giusto al momento giusto. E il trattamento funziona meglio quando farmaci e movimento camminano insieme, giorno dopo giorno.




